IL PIANTO.

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L'Intermezzo N.7, 1985, Milano

L'Idea n.66, 1997, NY

Nel Racconto N.33, 2003, Clarens, Svizzera


Quando osservava il cielo pulito nelle giornate di vento, le rondini che tornano al loro nido, le onde spumose che si rincorrono eternamente per poi morire tra rocce e sabbia, o qualsiasi altro quadretto della natura caratterizzato da quegli aspetti che l'animo nobile classificherebbe come "belli", egli si sentiva il cuore attanagliare da una certa angoscia, quasi come se tutto ciò che lo circondava dovesse essere perso da un secondo all'altro. Il fatto che altre persone avessero provato le medesime emozioni non lo rassicurava affatto, anzi lo irritava ancor più. Non sopportava l'idea che altri avessero potuto anche lontanamente avvicinarsi alle sue sensazioni. Sapeva che non poteva essere altrimenti, ma continuava a negarlo a se stesso quale ultima risorsa, a suo incontestabile ed inappellabile giudizio, contro la pazzia. Si, lui era a conoscenza della sua fragilità psichica (non era forse così che l'aveva definita il dottor Cohen ai suoi genitori un giorno, credendo che lui non potesse udirlo?) e faceva di questa una barriera per potere sempre più rifugiarsi nella sua vita interiore, colma anzi satura di malinconie tristezze depressioni solitudine, ma sua, inequivocabilmente, esclusivamente sua. Godeva nell'annientare il proprio animo di fronte ad un tramonto, seduto su una panchina isolata, con lo sguardo immerso nel vuoto.


Piangere! Avesse solo potuto piangere! Nella sua vita da adulto non vi erano lacrime e di questo non poteva che rammaricarsene. Egli provava l'assurda sensazione che qualcuno, a sua insaputa, gli avesse estratto le ghiandole lacrimali e ciò gli impediva di fare quello che a lui sarebbe stato più congeniale: piangere. Gli amici, se così poteva chiamare quei pochi conoscenti suoi coetanei che rare volte aveva frequentato, più per forzatura materna che per proprio interesse, loro si che erano fortunati: potevano piangere. Avrebbe anche potuto essere il titolo di un film: L'uomo senza lacrime, senonché un produttore avrebbe riso di buon cuore nello scoprire che il personaggio principale non era un duro alla Humprey Bogart, ma bensì un povero cretino con il desiderio irrefrenabile di assaggiare i propri umori lacrimali. Decisamente era stufo di apparire a tutti come un insensibile egoista, ma lui proprio non riusciva ad esprimere con il pianto le proprie tristezze delusioni rabbie. Se solo ci fosse riuscito... Si domandava se in tal caso egli sarebbe stato sempre con le lacrime agli occhi, come la signora Beltrami, che annaffiava il mondo in un continuo pluvio causato inizialmente da un lontano dissidio con la figlia ed ora stimolato da gioie dolori politica meteorologia. Oppure sarebbe riuscito a gestire quel dono del Cielo con parsimonia ed accortezza. Che importanza potevano avere tutte quelle fantasie? Lui di lacrime non ne versava e non ne avrebbe mai e poi mai versate. Non era così fortunato, lui!


Di ragazze non ne aveva mai voluto saperne perchè piangevano troppo e ciò lo faceva imbestialire. Gli piacevano, ma la rabbia e l'invidia erano più forti di qualsiasi attrazione fisica. Questo sofferto ragionamento lo aveva portato alla tenera età di ventisei anni senza altro rapporto di coppia che il classico scambio di sguardi da pesce lesso e qualche sorriso forzato ed involontariamente malizioso con la figlia dei Petitti, quei tizi invadenti del terzo piano. Odiava se stesso per questo aspetto del suo carattere che gli negava quello che gli sarebbe spettato di diritto, cioè la gioventù, e si struggeva al pensiero che sua madre si preoccupasse sempre più per la sua apatia. Queste erano ragioni valide per chiudersi ancor più in se stesso, farsi piccolo, piccolo, sempre più piccolo fino a sparire, cancellare ogni proprio desiderio per far pagare al proprio animo codardo l'incapacità di piangere.

Ricordava ancora il giorno in cui era morta sua nonna con tristezza mista a rabbia. Aveva adorato la nonna, anche se non fosse mai riuscito ad esprimere tangibilmente questo sentimento. Di certo lei lo aveva capito perchè gli anziani hanno esperienza ed una maggiore sensibilità, e poi la nonna era una persona speciale, una di quelle che non si trovano più... Già, non si trovano più... Quando lei morì lui era presente. Era l'unico ad essere in casa in quel momento ed aveva sentito la nonna lamentarsi per una buona mezz'ora, poi più nulla. Si era impensierito ed era entrato nella sua stanza: lei era là, seduta sul letto, con una espressione stravolta in viso, e piangeva sommessamente. Quando lo vide emise come in un gemito: "Vieni, Francesco" e poi continuò a piangere. Lui non capiva bene cosa stesse succedendo, dato che allora era ancora molto giovane, ma le si avvicinò rispettosamente, quasi fosse conscio dell'importanza del momento. La nonna gli fece una carezza senza fermare il pianto ormai copioso. Un ultimo sospiro: "Francesco... Francesco". Poi tacque. Non comprese subito cosa significasse quel silenzio innaturale, ma sentì ugualmente un nodo formarsi nel petto, una sensazione inspiegabile e mai provata. Per un attimo si sentì come se fosse senza peso, poi la stanza gli sembrò deforme, le mani gli diventarono gelide e le labbra asciutte. Avrebbe voluto piangere, ma qualcosa lo bloccò: forse l'arrivo della madre, le grida, il telefono, la confusione... Non pianse allora e non aveva pianto più.

Oggi, a distanza di sedici anni, nulla era mutato. Lì, di fronte alla tomba della nonna, con il volto contrito ed una mazzo di rose rosse, oh quanto amava le rose la nonna, si sentiva come allora un povero essere incapace piangere. Perchè poi la nonna piangesse fu per lui sempre un mistero. Aveva forse paura di morire? No, la nonna no, lei non aveva mai avuto paura. Chissà allora quali dispiaceri avevano infranto il povero vecchio cuore... Se solo avesse potuto capire!...

" Francesco". A sentire pronunciare il proprio nome da una voce sconosciuta trasalì. Il volto che si presentò alla rapida ispezione dei suoi occhi era vagamente familiare, ma egli non rammentava di avere mai incontrato quell'omone dai capelli grigi che lo stava guardando con bonarietà e con uno smagliante sorriso stampato sul volto. "Non mi riconosci? Sono lo zio Alberto." La sorpresa di trovarlo in quel luogo, in un giorno feriale, sedici anni dopo... beh, proprio lui che abitava all'estero e che non si era neanche scomodato di venire al funerale della nonna! A Francesco parve incredibile. Le parole ebbero una difficoltà tremenda a sorpassare la barriera creata dalla lingua, improvvisamente turgida e implacabilmente pressata contro le labbra serrate: "C... Come stai, zio?". "Non ci si può lamentare. Certo non ho più vent'anni e dopo quell'incidente non sono stato pi`u lo stesso." "Incidente?...", Francesco esclamo' meravigliato e leggermente frastornato, "...quale incidente?". "Forse tu eri troppo giovane, allora, e puo' darsi che non ricorderai. Avvenne circa sedici anni fa, poco prima che la mamma, cioè tua nonna... Sai, ne uscii vivo per miracolo, si, proprio per miracolo...". Con queste parole, cariche di memorie spiacevoli, lo zio troncò bruscamente il discorso e si girò sveltamente per nascondere le proprie lacrime, scusandosi per l'allergia che, a suo dire, lo tormentava da anni.

Francesco venne colpito da un dubbio terribile. "Ma, allora, la nonna sapeva...". Lo zio Alberto lo fissò per un attimo, scrutandolo a fondo in una inutile ricerca di emozioni visibili. Francesco si era irrigidito ed aveva sentito uno strano calore raggiungere le tempie. Avrebbe voluto chiedere ulteriori spiegazioni o chiarificazioni per potere rompere una volta per tutte quell'orribile muro che lo isolava dagli altri, ma le parole gli morirono in gola.

Quell'uomo pacato dall'argenteo crine, con lo sguardo dolce che rammentava quello della nonna e che dava al suo volto una espressione serafica, afferrò la singolarità della situazione che si era creata. Istintivamente continuò il dialogo interrotto, sperando forse di essere in qualche modo di aiuto al nipote: "La nonna era a conoscenza del mio incidente, dato che il consolato le aveva telefonato quasi immediatamente. Appena potei riprendere l'uso della mano scrissi una lunga lettera, rassicurandola sulla mia sorte. Povera donna! Tua madre mi scrisse, informandomi che era morta serena... Sai, Francesco, i dottori non volevano credere che avesse potuto resistere così a lungo, con il suo fisico gracile... Sono convinto che combatté con la morte finché non fu sicura che io fossi vivo. Pensa che le trovarono la mia lettera tra le mani, ancora umida... Chissà quanto avrà pianto di gioia. Sai, lei... Ma che fai, Francesco, piangi?!



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