LA NAVE

Pubblicato su:  L'Idea n.26, 2006, NY

 

La nave era un mondo nuovo, pieno d’avventure. Tomaso gironzolava per i corridoi come se fosse sempre vissuto a bordo.  In coperta aveva scoperto altri mondi, ancor più interessanti. I vari giochi, che ad altri parevano cose noiose, erano per lui delle vere novità e lo stimolavano a tal punto che gli pareva di essere tornato bambino, quando giocava ore ed ore a cowboy e indiani, oppure a nascondino, e le ore passavano come minuti ed il papà lo veniva a cercare irritato, quando ormai le tenebre erano calate, e gli prometteva busse a volontà, promessa quasi mai mantenuta.

La nave, anzi il transatlantico, lo aveva ingoiato nelle sue viscere il primo giorno, per poi lasciarlo libero dopo qualche minuto, e da allora viveva un sogno ad occhi aperti, vagando da un punto all’altro di quest’immensa città galleggiante come un vagabondo in cerca di una dimora, ipnotizzato dalla musica, i giochi, il tiro a piattello e tutte le altre attività che continuamente erano offerte ai passeggeri.

Il penultimo giorno aveva scoperto il cinema, nel quale poté vedere due volte lo stesso film senza che alcun altro si fosse seduto in teatro. Gli sembrò quasi di essere il padrone del locale, ma gli fece anche un po’ d’impressione, procurandogli un senso di solitudine profondo, come poteva aver provato un uomo naufragato in un’isola deserta.

I ristoranti, a bordo, nel corso della cena erano quasi completamente vuoti, siccome il mare mosso aveva decimato i passeggeri, lasciando solo pochi superstiti che riuscivano ancora ad ingoiare del cibo senza grossi drammi. Stranamente, però, a colazione ed a pranzo non mancavano che poche vittime degli umori marini, come se solo le ore della serata fossero legate al mal di mare. I vari ponti, inoltre, mentre durante la giornata brulicavano di volti sorridenti, ed erano riempiti dal suono delle varie voci che sembravano cercare di coprirsi a vicenda, nel tardo pomeriggio si mutavano gradualmente in veri cimiteri, silenziosi all'infuori del continuo riflusso del mare, che andava a sbattere violentemente contro i fianchi di questo mostro metallico colpevole di averlo sfidato.

Questo continuo deflusso della popolazione visibile gli permetteva ancor più libertà di movimento. Papà, inoltre, non lo cercava per nulla… Non avevano parlato mai a lungo tra loro. Quarantanove anni di differenza possono essere un ostacolo quasi insormontabile, quando si cerca di conversare; oppure era solo perché lui era sempre assorto nei suoi pensieri, nella sua arte.

Tomaso non sapeva veramente il perché, era consapevole solamente che, ora più che mai, suo padre era diventato taciturno e passava ore ed ore nel baluardo del suo silenzio. Emigrare a sessantacinque anni non deve certo essere una cosa facile, sia psicologicamente sia fisicamente...

Dover lasciare alle spalle tutti i ricordi di una vita per affrontare l’ignoto di una nazione straniera dopo aver studiato, lavorato e fatti crescere sei figli nella propria terra, pareva quasi un insulto, ma suo padre aveva una possente forza interiore che gli proveniva dalla sua devozione alla famiglia ed all’arte. Orfano di padre a dodici anni, all’inizio della Grande Guerra, aveva imparato a proprie spese quanti sacrifici sarebbero stati necessari per ottenere una stabilità finanziaria sufficiente ad una vita serena. Aveva appreso inoltre che quelli che gli altri chiamavano sacrifici potevano non esserlo, se si aveva uno scopo importante che giustificasse le proprie azioni. Lui, di certo, non era a corto di punti di riferimento ideologici, quindi la sua esistenza, puntellata sia di sacrifici sia di grandi soddisfazioni, era in realtà una vita “normale” nella quale non si potevano accettare possibilità di “rovesci finanziari” o di “sfortune”, ma solo vivere i giorni uno dopo l’altro, nella speranza che domani si riveli un giorno migliore.

Questa volta, però, l’incendio che gli aveva distrutto lo studio a Milano aveva lasciato danni che andavano ben oltre alla distruzione dei suoi quadri. Tutti gli affreschi da lui restaurati, pronti per essere consegnati ad un ricco collezionista d’arte, erano stati bruciati irrimediabilmente. La perdita finanziaria legata all’incendio aveva, di conseguenza, creato un deficit enorme nel bilancio famigliare che non poteva più essere ignorato, anche da un ottimista come lui.

Emigrare non era stata una sua idea. Era già emigrato una volta, nel 1920, lasciando il paese natale per la metropoli lombarda, che lo aveva accolto a braccia aperte. Alle spalle aveva lasciato i ricordi di un’infanzia felice ma sofferta, passata in un villaggio noto per l’ansa morta dell’Adda, il suo artigianato e poco più d’altro. Del resto, le zanzare, ospiti informali di questa malsana zona geografica, furono le uniche abitanti del posto che sentirono la necessità di fargli un regalo, donandogli una magnifica malaria che lo accompagnò per molti anni a venire.

L’emigrazione forzata della sua gioventù aveva rafforzato in lui la necessità di piantare profondamente le radici, e per altri quarantotto anni la tentazione non si era fatta più sentire. Mamma, comprendendo che l’incendio aveva messo in ginocchio le capacità della famiglia di sopravvivere ed aveva portato la loro situazione al punto di partenza della loro unione, quando tutto era da costruire, si era interessata con degli amici siciliani, conosciuti a Milano per ragioni di lavoro e con i quali si era stretti una profonda amicizia che sarebbe durata tutta la loro vita. Si erano trasferiti a New York, anzi a Brooklyn, e con il loro aiuto l’emigrazione sarebbe stata fattibile. Mamma poteva trovare un lavoro di cucito e papà poteva restaurare, oltre a vendere i propri quadri. Tomaso aveva sedici anni, quindi avrebbe continuato i suoi studi presso un liceo locale. L’altro figlio era a militare e sarebbe tornato a mesi. Li avrebbe raggiunti dopo il suo congedo ed avrebbe aiutato anche lui a ricostruire il tessuto economico di questa famiglia. Così mamma era partita per l’America ed ora li stava aspettando, ansiosa.

Tomaso viveva i suoi dubbi e quelli dei genitori allo stesso tempo. Capiva molto, forse troppo per la sua età, eppure era molto giovane in altri sensi e fortunatamente non aveva mai provato l’angoscia di essere realmente indigente. La sua famiglia non era mai stata ricca, ma a tavola non era mai mancato nulla. La loro appartenenza ad una classe media, incuneata geograficamente tra borghesi ed arricchiti, lo aveva sempre frustrato. Lui era quello fra gli amici che non aveva mai posseduto una bicicletta nuova o un registratore a nastro. Quando usciva in compagnia, molto spesso non aveva le trentacinque lire per i due film di terza visione o i soldi per il gelato e l’amico Franco, molto più agiato, lo aiutava con un prestito a fondo perso. Questa sua precaria situazione finanziaria nell’ambito della combriccola di adolescenti milanesi degli anni sessanta lo avrebbe aiutato in seguito ad essere parco ed avveduto nelle proprie spese, ma nel frattempo gli aveva creato un senso d’inferiorità che in realtà non sarebbe dovuto esistere.

Si sentiva sempre in una situazione di scompenso riguardo ai propri amici e gli pareva che la sua famiglia fosse di classe inferiore. Era ancora troppo giovane per comprendere che il denaro non fosse la componente principale che identifica la classe d’appartenenza di una persona. Solo molto più avanti negli anni avrebbe compreso d’avere vissuto la primavera della sua vita in un ambiente privilegiato, sia economicamente sia culturalmente. Questa sua ingenuità dei rapporti sociali ed economici della comunità gli permetteva nello stesso tempo di sentirsi “qualcuno”, quando andava a zonzo per la “Raffaello” con addosso la sua nuova giacca di similpelle che gli dava un po’, a suo dire, l’aspetto di un personaggio da “Fronte del Porto”. Ancora non si rendeva conto pienamente di quello che l’emigrazione avrebbe rappresentato per lui: l’eterno dolore di sentirsi senza radici, le umiliazioni che avrebbe subito, la sensazione di “non appartenere” che lo avrebbe accompagnato per quasi tutto il corso della sua vita, così come aveva accompagnato tanti milioni d’italiani prima di lui. In questo suo nuovo mondo pieno di dubbi e d’incertezze, ma anche di tante speranze e di sogni, c’era solo una certezza: l’amore dei suoi genitori.


 

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