Pubblicato da      N.20, 1999


 

          NEW YORK E GLI ITALIANI (parte seconda).

L’italiano che è emigrato negli USA negli ultimi vent’anni ha delle caratteristiche socioculturali molto differenti dagli emigranti che lo hanno preceduto, ma anche nella comunità italoamericana essere americano di prima, seconda o terza generazione è un fattore di differenziazione molto importante. La ragione di questa divergenza nei vari gruppi generazionali di immigranti è da ritrovare nell’impulso che il nostro gruppo etnico ha sempre avuto di far parte integrante ed inequivocabile della società americana. Essere americano vuol dire parlare la lingua inglese, conoscere le leggi, i costumi, il modo di pensare americano.

L’abbandono della lingua italiana è il risultato diretto di questa procedura d’assorbimento.

Bisogna dire che molto spesso l’italiano non era la lingua parlata in casa, perciò quello che si è perso in questi casi è il dialetto. In un modo o nell’altro, lo strumento essenziale per ritenere la propria etnia è stato quasi sempre abbandonato per una mal compresa interpretazione del "melting pot", quel famoso crogiolo simbolico nel quale tutte le etnie e razze avrebbero dovuto fondersi in un’unica amalgama. Gli italiani di recente immigrazione, perciò, si ritrovano a confrontarsi con italoamericani che ritengono solo una vaga e falsata immagine della loro origine e che pretendono che questi nuovi emigranti adottino la loro impostazione di vita, che nella loro ingenuità è basata sull’impronta della società americana. In realtà, la plastica sul divano, gli spaghetti con le polpette di carne ed il limone nell’espresso come espressioni della nostra italianità sono fonti di irrisione sia da parte dei novelli emigranti che da parte dell’americano medio. Non vi è nulla di errato in questi usi, tranne il ritenerli italiani. Abbiamo quindi una società italoamericana che ha creato i propri costumi ed i propri cibi, dando sempre più alla società americana una visione distorta di ciò che è veramente italiano. Gli italiani di recente immigrazione cercano quindi in qualsiasi modo a loro disposizione di ritenere una loro indipendenza dalla collettività italoamericana, professando la loro xenofilia in tutti i modi possibili, fino ad arrivare all’intolleranza dei gruppi italoamericani e dei loro usi. Questo non è certamente un bene, perché porta la divisione in seno ad una comunità che avrebbe bisogno di ritrovare sé stessa. Gli italoamericani, cioè gli italiani nati negli USA che mantengono ancora una identificazione etnica, ritengono difatti le proprie radici culturali attraverso la ricreazione di processioni religiose e la costituzione di circoli nei quali molto spesso si parla il dialetto non per un attaccamento alle proprie radici, ma bensì per necessità, e cercano di conservare il collegamento con la madre patria attraverso i propri ricordi e le testimonianze dei propri anziani. La loro integrazione comporta un riconoscimento, da parte del resto della società che li circonda, di valori che molto spesso non esistono più nella patria d’origine. Prevalentemente con una preparazione universitaria, molto spesso professionisti in cerca di consenso, i nuovi emigranti vivono in un mondo completamente diverso dall’italoamericano medio; del resto, loro hanno delle caratteristiche socioculturali molto differenti dagli emigranti che lo hanno preceduto.

La loro integrazione negli alti ceti della società americana li porta a scegliere in gran parte Manhattan come luogo di residenza, frequentemente nelle zone che riflettono la loro scelta professionale. Se a prima vista questa selezione appare dettata da una superficialità quasi tipicamente italiana, che ci ha sempre forzato a definire in modo estetico la nostra posizione sociale, in realtà è il riflesso di una ben ponderata decisione. Manhattan offre molto, sia in termini di comodità che di opportunità, ai professionisti italiani che decidono di varcare l’oceano alla ricerca della mitica America. Oltre a ciò, permette di tenere un contatto stretto con la comunità italiana a New York e con le sue attività. È proprio in questo che i nuovi esuli, antitesi degli emigranti con la valigia di cartone che hanno tanto colorato la stampa e la cinematografia contemporanea, dimostrano la loro schizofrenia culturale. Gli italiani che vivono in America, difatti, cercano di integrarsi al massimo e di non vivere nei ricordi, ma contemporaneamente mantengono vive, con la loro partecipazione, le varie attività degli Istituti Italiani di Cultura e delle università.

La comunità italiana negli USA, definita in questi termini, parrebbe quindi un microcosmo di intellettuali che risponde alla chiamata della cultura italiana in massa, consentendo l’esistenza di vari mass media in lingua italiana. A dire il vero, però, se le attività culturali italiane proliferano, questo lo dobbiamo precipuamente alla persistenza di vari gruppi universitari ed organizzazioni che continuano il loro lavoro di diffusione, seguito principalmente, ma non esclusivamente, dagli italiani, a dispetto dei risultati.

Le radio italiane a New York sono presenti solo nelle sottofrequenze FM ed udibili solo se in possesso di radio riceventi con delle caratteristiche particolari. La televisione sul canale regolare dà solo il telegiornale e un’ora di trasmissione al giorno. Per vedere RAI International, a prescindere dalla validità del contenuto, bisogna pagare per l’acquisto di un’antenna parabolica ed un canone mensile. L’ironia di tutto questo è che in quasi tutta Manhattan le antenne non funzionano, quindi il prodotto è offerto solo proforma in questa zona, dove sarebbe più richiesto.

Abbiamo un solo giornale in lingua italiana, America Oggi, che ultimamente ha distribuito La Repubblica in una promozione controproducente per ambedue le testate: il giornale romano è troppo italiano, cioè troppo politicizzato, per poter essere apprezzato dal lettore che vive a NY, interessato più all’attualità che alla politica, e parallelamente mostra le inevitabili pecche di contenuto e di lingua del giornale nuovayorchese. L’italiano che vive a New York è un valido depositario della nostra tradizione di grandi critici, che ci permette di trovare difetti in tutto quello che viene fatto dai nostri compatrioti e di gioire nella loro sconfitta. Questa osservazione vale anche per gli italoamericani di prima generazione, quelli che molto spesso parlano ancora la Lingua, anche se carica di anglicismi e di improprietà linguistiche.

Perché, allora, molti di noi offrono ancora dei programmi culturali, nonostante tutte queste peculiarità della nostra collettività? Perché se anche riusciamo a dissetare solo la sete culturale di pochi individui, la nostra funzione ha uno scopo, non avendo mire commerciali o scopi reconditi.


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